Galleria Zero






































zero project
ex-ex-ex Sede della Galleria Zero
Milano, 2009. 








Nel 2009 ho presentato una mostra nella ex-ex-ex Sede della Galleria Zero. Mi limitai a cancellare alcune opere di Massimo Grimaldi da due foto scaricate dal sito della galleria. Non credo che si trattasse di una cancellazione, ma di una sovrapposizione di mille standard, fino ad ottenere una macchia omogenea. Cosa succederebbe se potessimo installare tutte le opere passate da una galleria contemporaneamente? Probabilmente una incrocio tra un vuoto e il Padiglione Italia curato da Sgarbi nel 2011. Una sovraproduzione di opere e progetti in fondo equivale ad un vuoto. 










Another New Show





Another New Show (SPECIAL)

tessuto, metallo. 
Bologna
2014




















Another New Show

a cura di Luca Rossi  
Galleria Placentia  
Piacenza


potete dialogare in qualsiasi momento su
Skype: 
lucarossi22

MAGGIORI INFORMAZIONI : http://www.placentiaarte.it/eventi/232/



Luca Rossi è un'identità suggerita, un modo per recuperare una distanza dai luoghi e dai rituali del sistema dell'arte. Una reazione all'anonimato della critica d'arte, e alla sensazione che la differenza fra le cose dipenda unicamente dai luoghi e dalle pubbliche relazioni. Da tale azione critica è discesa spontaneamente una progettualità specifica, e non ultimo un progetto parallelo al fine di allargare e interessare il pubblico. Tale azione si è sviluppata attraverso il blog Whitehouse,  attraverso numerosi interventi con articoli su riviste specializzate (Flash Art Italia, Artribune Magazine, Artribune on line) e attraverso una continua attività di commento (in cinque anni si stimano circa 3000 commenti, e un'attività continua su social network come Facebook, Twitter e Skype).


Tra il 2009 e il 2014 anni sono state pubblicate numerose interviste ad alcuni protagonisti del sistema dell'arte: Angela Vettese, Francesco Bonami, Andrea Lissoni, Linda Randazzo, Massimiliano Gioni, Massimo Minimi, Jens Hoffmann, Giulia De Monte, Alfredo Cramerotti, Luca Beatrice, Maurizio Cattelan, Pier Luigi Sacco, Fabio Cavallucci, Michele Dantini, Roberto Ago, Stefano Mirti, Giacinto Di Pietrantonio, Giorgio Andreotta Calò, Valentina Vetturi, Danilo Correale, Cesare Pietroiusti, Micol Di Veroli. 



Sono stati organizzati progetti in numerosi contesti: New Museum (New York), Gagosian Gallery (New York), Galleria Zero (Milano), Uffici Imperatore (Milano), Whitney Museum (New York), Mart (Rovereto), Biennale di Carrara (2010), Galleria Civica (Trento), Palazzo Vecchio (Firenze), Ben Youssef Madrasa (Marrakech), Galleria Massimo De Carlo (Milano), Galleria T293 (Napoli, Roma), Tate Modern/Turbine hall (Londra), Komá Gallery (Molise), casa privata (Lubiana), Magazzino merci (New York), Castello Uzunosky (Varsavia), galleria privata (Varsavia), Punta della Dogana (Venezia), Biennale di Venezia (2013), Padiglione Paesi Nordici (Venezia, 2013), Fondazione Beyeler (Svizzera), Guggenheim Museum (New York), Sénanque Abbey (Francia), Reggia di Versailles (Francia), GAMeC (Bergamo), Piazza Duomo (Milano). 














MG: Il 29 marzo aprirà a Piacenza questo tuo nuovo progetto, ti avevamo lasciato qualche giorno fà alla GAMeC di Bergamo e questa estate in Francia, all'interno di un'Abbazia Cistercense. Che cosa hanno in comune questi tre progetti, fatti in luoghi così diversi? 


LR: Questi tre ultimi progetti, come quelli presentati in questi anni, discendono da una certa impostazione critica, prima che progettuale. Mi è sembrato logico partire prima dalle ragioni e dalle motivazioni, per poi non aver alcun limite spaziale (dove) e temporale (quando, per quanto). 


MG: Se dovessi scegliere una di queste ragioni-motivazioni, quale sceglieresti di segnalare?

LR: Sicuramente l'urgenza di far coincidere la dimensione macro e globale con la dimensione micro e locale. La consapevolezza di questo è risultata evidente nello sviluppo del mio lavoro in questi anni. In realtà non esiste una dimensione globale su cui incidere, ma tante dimensioni locali che si influenzano, arrivando a dinamiche "globali". Tali dinamiche sono sempre e comunque più deboli di quello che possiamo fare e scegliere nel nostro mirco/locale. 


MG: Il progetto che presenterai presso la Galleria Placentia parte da un'idea critica e provocatoria molto forte. Sarà evidente questa coincidenza di locale e globale?

LR: Questa coincidenza sarà evidente soprattutto in un'opera, ma tutta la mostra invita alle possibilità di uno sguardodiverso, che appunto può fare la differenza nel riflettere su questioni globali. E anche sul concetto di rivoluzione/cambiamento.


MG: Hai scritto che la mostra "Tutto intorno a te" alla GAMeC di Bergamo, è "come un buco nero che ha risucchiato tutto il rituale che va dall'accensione delle luci nello studio dell'artista fino all'ultimo spettatore che esce dal museo". Puoi spiegare meglio questa immagine?

LR: Il progetto alla GAMeC nasce proprio da una coincidenza rigorosa tra micro e macro, tra locale e globale. L'unico cambiamento che possiamo realmente fare, l'unica rivoluzione è locale. Come se l'unica realtà fosse quello che vediamo intorno a noi in questo momento. Per tanto la mostra parte dal mio micro e arriva al micro di ogni spettatore. La mostra è installata dove si trova lo spettatore a fruirla, che è anche il luogo in cui io ho agito. In questo senso c'è una reale coincidenza tra il "mio studio", il museo e il luogo in cui si trova lo spettatore. Per questo credo che quel progetto, come altri, sia una sorta di buco nero. Quell'immagine ti imprigiona istantaneamente in una coincidenza.

MG: Come puoi dire che il singolo individuo possa fare un rivoluzione e un cambiamento per se stesso e per gli altri? Viviamo in uno stato di crisi globale in cui l'individuo sembra avere le mani legate.

LR: Primo: il cambiamento e la rivoluzione non sono valori assoluti. Bisogna avere consapevolezza, il rischio è di passare dalla padella alla brace. Facile sbandierare la retorica della rivoluzione. 
Secondo: io ritengo che l'individuo possa fare di più per il suo "stato di crisi" rispetto a quello che può fare per lui Obama o Renzi. Solitamente è più facile scaricare responsabilità, dire "piove governo ladro" piuttosto che trovare il modo di aprire l'ombrello. 

MG: Come fare ad aprire l'ombrello?

LR: Una cosa importante è la capacità di cambiare il proprio sguardo sulle cose, mentre la tendenza è quella di ripetere sempre lo stesso errore (mi viene in mente l'ultimo film di Woody Allen, Blue Jasmine). La mostra di Piacenza rende evidente come un semplice cambiamento dello sguardo può farti avere il mondo in una stanza. Ma basta altrettanto poco per non vedere nulla.

MG: Quindi l'arte è il luogo per questo cambiamento dello sguardo?

LR: In realtà servirebbe una tensione dialogica, un dibattito tra artisti, esperti e pubblico. Cosa che in Italia non avviene perchè non esiste pubblico e non esiste una critica (tra gli esperti ci sono solo giornalisti che descrivono, collezionisti, curatori e tanti artisti, spesso gli stessi curatori vogliono fare gli artisti). Quindi il dialogo è zoppo, e si commette l'errore gravissimo di pretendere che la mostra sia un momento didattico. Come se gli avvocati o il chirurgo dovessero imparare il loro mestiere direttamente nei tribunali o nella sala operatoria. E quindi abbiamo mostre che cercano di andare incontro ad un pubblico analfabeta, perdendo ovviamente il confronto con un presente molto più forte e incidente. 

MG: Insieme all'artista Enrico Morsiani sei impegnato in un progetto di formazione e divulgazione. Come procede?

LR: Il progetto procede bene, ma siamo una goccia nel mare. A parte pochissimi interlocutori siamo ostracizzati e limitati. Ma non rimane che procedere serenamente. 

MG: Molti sostengono che tu stesso sia Morsiani. Penso che questa "caccia alle streghe" sia la prova di come il sistema italiano sia piccolo e immaturo. Cosa ne pensi?

LR: La questione dell'identità è sempre stata per me irrilevante. Non dico e faccio nulla che giustifichi il mio stare distante, è evidente come io preferisca mantenere una distanza salutare. Altri dovrebbero nascondersi.



CONTINUA...












SCROLL DOWN - English speakers should learn Italian

luca rossi
gamec bergamo
per un tempo indefinito



















L'ecologia dell'arte del Sig. Rossi


Noi non cesseremo l’esplorazione
E la fine di tutte le nostre ricerche
Sarà di giungere là dove siamo partiti,
E conoscere quel luogo per la prima volta.

T.S. Eliot – Quattro quartetti





(..) "mi interessa che l'opera sia una sorta di buco nero che risucchia il processo che va dall'accensione delle luci nello studio dell'artista fino all'ultimo spettatore che esce dal museo. Questo avviene guardando quell'opera. Non mi interessa altro, solo il dato scultoreo per riempire uno spazio. Sono tutti "rossi", una scelta stupida, le soluzioni intelligenti trovano subito gli anticorpi." (..) 

Luca Rossi 







Quella a cui costringe Luca Rossi è un'ecologia dell'arte, come reazione ad una sovraproduzione di opere e progetti, la cui unica discriminante sembra essere la selezione da parte delle pubbliche relazioni considerate "migliori" e più attendibili. Il curatore sembra avere il coltello dalla parte del manico, mentre gli artisti sembrano sfumature deboli, omologate e intercambiabili per il "dipinto curatoriale". Ma non essendo il curatore propriamente un artista, come per esempio il regista che coordina un'opera realmente unitaria, il risultato finale è un vuoto. Cosa rimane delle Biennali e delle mostre da qualche anno a questa parte? Forse il nome del curatore e qualche barlume di opera. Un vuoto mascherato da sovraproduzione. 

Per tanto è necessaria una profonda ridefinizione di ruolo dove l'artista, comunemente inteso, decide di fare tre passi indietro rispetto all'ammucchiata della sovra-produzione e del sovra-possesso di cose e di opere. Per questo nel caso di Luca Rossi non parlerei di una nuova avanguardia, ma di una "retroguardia". Non tanto un'azione volta a criticare tutto e smaterializzare tutto, quanto un'azione volta a stimolare una lettura critica delle opere, anche partendo da domande e interrogativi elementari e frontali. Le opere e i progetti di Luca Rossi sono delle conseguenze.




Cy Twombly : (silenzio)
“La gente non vuole più fare il pubblico, né l'allievo, 
vuole entrare nella cosa, ossia sente che c'è già dentro.”


Luca Rossi come blogger è prima di tutto uno "spettatore speciale", o uno spettatore-curatore che decide di "curare" realmente la propria visione e lettura delle cose. Per tanto nel ruolo di blogger troviamo una fusione e confusione di più ruoli: artista, critico, curatore, spettatore, commentatore, addetto stampa, direttore di rivista, ecc ecc. Seguendo dal suo inizio il percorso del Blog Whitehouse, possiamo delineare tre anime: un'anima critica, che si sviluppa sul blog ma soprattutto nei commenti e in numerosi articoli su riviste di settore; un'anima progettuale, e quindi un linguaggio che è disceso spontaneamente dal percorso critico, e infine la definizione di un progetto concreto per l'education e quindi finalizzato alla divulgazione e all'allargamento del pubblico dell'arte. 

A mio parere l'anima progettuale-linguistica è quella più interessante, perchè è capace di contenere le altre due. Infatti ogni opera d'arte ha sempre una valenza critica: se io scelgo, per esempio, il nero significa che ho deciso, criticamente, di escludere tutti gli altri colori. E quindi ci saranno della ragioni e delle motivazioni per la mia scelta critica. Allo stesso tempo il linguaggio di Luca Rossi, capace di entrare nel privato di ognuno di noi tramite il blog, tende a stabilire con lo spettatore una relazione diretta, dialettica e continuativa, all'interno della quale confrontarsi sull'opera e sul suo presunto "valore". 


"Se l'arte non avesse una valore per la nostra vita di tutti i giorni, potremo benissimo seppellire l'arte" (Luca Rossi). 

"Quando diciamo di non capire un'opera d'arte, diamo per scontato di capire tutto il resto. Ne siamo sicuri? O l'opera d'arte agisce come una spia luminosa, che ci avvisa che forse non stiamo capendo tutto il resto? 
C'è la pretesa stupida e romantica che l'arte debba essere diretta, immediata e democratica, quando questo non avviene per nessun ambito umano. Se entriamo in un Tribunale, in una Sala Operatoria o alla Borsa di Milano, possiamo dire di capire tutto? Non credo. E cosa succederebbe se il paziente dovesse capire immediatamente tutte le cose e le pratiche di una Sala Operatoria? Il paziente morirebbe. 
Anche nell'arte servono strumenti, nozioni e conoscenza della storia. L'arte è come una palestra e un laboratorio, dove allenare e sperimentare modi e atteggiamenti che possono avere un valore nella nostra quotidianità" (Luca Rossi) 



Non esagero paragonando il lavoro di Luca Rossi a quello di artisti come Duchamp, Burri, Fontana o Manzoni. Come per questi artisti l'opera di Luca Rossi apre, in definitiva, ad una nuova dimensione di libertà. Le opere di Luca Rossi finiscono sempre dove si trova l'osservatore, e per un tempo indefinito. La dimensione privata e locale dell'osservatore coincide con quella dell'autore, in uno scambio potenzialmente paritetico. Questo nella convinzione che l'unico "spazio politico" per un cambiamento e una rivoluzione sia il nostro spazio quotidiano e locale. Ogni scelta in questo spazio può essere cento volte più forte di una tendenza globale. Ognuno di noi può vincere "uno a zero" contro il Presidente degli Stati Uniti. Semplicemente ci rassicura e ci consola pensare che esista un'azione globale che ci sovrasta e verso la quale non possiamo fare nulla. 

Il problema non è più il nuovo o l'innovazione, e neanche la "partecipazione" alla mostra. L'urgenza di Luca Rossi è una consapevolezza dell'opera rispetto alle intenzioni dell'autore e al contesto in cui l'opera è collocata. Allo stesso tempo Luca Rossi può partecipare e intervenire ovunque, per tanto la cosa importante sembra la responsabilità di questa partecipazione, riferita specificatamente alla sovra-produzione e al sovra-possesso.

L'ecologia dell'arte di Luca Rossi riduce al minimo la produzione, comunemente intesa, e soprattutto l'energia consumata per l'ennesimo progetto. Autore e osservatore potrebbero rimanere immobili dove si trovano. Allo stesso tempo "quello che già possediamo" sembra sufficiente per avere l'opera. L'opera, come elemento convenzionale ed oggettuale, rimane ad uno stadio potenziale, e sembra una conseguenza non sempre necessaria. 

CG








Appunti:



Scrive un ETERONOMO di Fernando Pessoa: 

“Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. Passo di giorno in giorno come di stazione in stazione, nel treno del mio corpo o del mio destino, affacciato sulle strade e sulle piazze, sui gesti e sui volti sempre uguali e sempre diversi, come in fondo sono i paesaggi.
Se immagino, vedo. Che altro faccio se viaggio? Soltanto l’estrema debolezza dell’immaginazione giustifica che ci si debba muovere per sentire.
“Qualsiasi strada, questa stessa strada di Entepfuhl, ti porterà in capo al mondo.” Ma il capo del mondo, da quando il mondo si è consumato girandogli intorno, è lo stesso Entepfuhl da dove si è partiti. In realtà il capo del mondo, come il suo inizio, è il nostro concetto del mondo. E’ in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo come vedo gli altri. A che scopo viaggiare? A Madrid, a Berlino, in Persia, in Cina, al Polo; dove sarei se non dentro me stesso e nello stesso genere delle mie sensazioni?
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”





























































































































































Adesso dove sei

materiali vari
2014.




























































Ordinate una pizza dal Martedì alla Domenica, dalle 10 alle 19 e il Giovedì dalle 10 alle 22, da far recapitare a Bergamo in Via San Tommaso 53. Potete ordinare da ogni parte del mondo cercando su Google "pizzerie asporto Bergamo". 


materiali vari, pizze, polvere, piccole macchie sullo schermo del computer, azione degli utenti.
2014.




















































10 settembre 2001

fotografia incorniciata, pittura a parete, tempera traslucida sul pavimento.
2014





















































































































































tutto intorno a te

materiali vari, polvere, macchie, uno schermo, terra, grafite.
2014










































...plays...

il museo, luce solare, polvere, macchie, uno schermo.
2014


























































I'm not Roberta

11 cornici bianche, petrolio, cenere, sabbia, un testo, una preghiera, attesa collettiva in 11 aereoporti internazionali, immagini. 
2014


























































Se non capisci una cosa cercala su You Tube

materiali vari
2014.









GAMeC






























































Tutto intorno a te (notturno)
land, graphite, various material.
GAMeC, Bergamo 2014. 





Sénanque Abbey































































Scroll Down (la via o il sentiero)
flash mob, an action, images documentation.
Sénanque Abbey, France 2013.


















Arsenale




































se non capisci una cosa cercala su you tube

various material
Arsenale, Venezia 2013.






MaRT





































Expectation
dust, glue, whitehouse critique project form 2009. 
MART, Rovereto 2009.

Different venues












































I'm not Roberta


images selection, a prayer, text.


Whithey Museum and different venues, 2010.







I thought about an everyday prayer so that something who could destabilize the cliché of the
Whitney Biennial would happen and say something significant about the focus on United States
that this event traditionally presents.

Before starting to pray every day I intervened (02-14-10) on the “dead zone” which separates
the prisoners’ cells in Guantanamo from the external boundary wall. This intervention had no
defined time and space connotations. It was a rectangle made of black dust, laid out on the sand.
This intervention was completely instinctive and had no connection with my intentions about the
Biennial of the Whitney Museum.

This attitude of mine is similar to a kamikaze’s, between an exaggerated spiritualism and the
fact of being “cretino” ("stupid",“fool," "idiot," "dumb," "moron,"). This because the prayer is
something serious, but it is "cretino" to think of taking part in the Whitney Biennial without even
going there and imposing on oneself the support of the distance. It’s curious that in Italian the
root of the word “cristiano” (Christian) is the same of the word “cretino” (stupid).

When the Biennial started, I started my everyday prayer. I started analyzing the many images
that users posted on the Net and on flickr.com, looking for significant events. I found this image,
almost completely black, with some faces emerging on the foreground. It seemed that the clearer
sand had repositioned itself on my rectangle made of black dust and defined some unfocused
faces. 






This image refers to some people waiting inside the lift of the Whitney Museum, exactly
during the 2010 Biennial (02-24-10).






Some days later, the Icelandic volcano started erupting dust (18-04-10). This blocked many
people in a sort of collective waiting. It was a forced collective waiting, but it forced everyone
to appreciate real distances. This is interesting because appreciating distances involves a new
consciousness about distance itself, but also about the place where one is.






Some days later (29-04-10) oil started spilling always from the underground in the Mexico
Gulf, some kilometres far from the American coasts. It was the same oil that allows us to reduce
distances. Another image of a black rectangle.

The choice of the title, too, is definitely consistent with the project. When I was asked to remove
the name of Massimiliano Gioni from the fake account on Facebook, I did not know which name
I could choose. And, since Roberta Tenconi was the one who contacted me to ask me this, I
temporary put her name. Then Facebook did not allow me to change it again, so I was forced to
write periodically “I’m not Roberta” on the wall. I liked the total arbitrariness of this choice; it
was exactly the spirit I would use to take part in the Whitney Biennial.

My gambling has displaced me, making my role confused, but certainly richer in possibilities.